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Diario di bordo II


Il fiocchetto rosso

Parto da Vrulje. La parola significa “sorgente d’acqua dolce”. Così mi ha detto il cameriere di una trattoria di Lussino. Glielo avevo chiesto perché mi ero accorto che questo nome ricorre in molti posti.

Questo Vrulje qui è il centro abitato più grande delle Incoronate. Un paio di decine di case, ma stanno aumentando, come si nota confrontando le foto successive nelle diverse guide. E dalle mie foto di oggi.

Ho cominciato da qui per ambientarmi un po’ e attutire l’ impatto con la solitudine di queste isole quasi deserte. Ieri sera sono salito fino in cima alla collina verso il mare. A guardare il paesaggio da lassù è come se qualcuno avesse montato uno spettacolo di dimensione enorme.  Mare aperto a ovest fino a un orizzonte che quasi non si vede, perché l’aria è veramente pulita e trasparente all’ infinito. Verso nord tantissime isole che salgono dal mare in file lunghissime. E sotto, verso est, questa baia piccola e dall’acqua turchese, con le sue piccole case intorno e un giardino di ulivi.

Stamattina ho studiato sui portolani e le carte un programma di esplorazione di tre posti. Sto cercando quello più isolato possibile per passare la notte, oggi che il tempo è buono e anche la notte sarà tranquilla, e il cielo pulito. Sento che stavolta riuscirò a vedere accese soltanto stelle. Domani sera invece arriverà scirocco forte, e dovrò essere in un porto organizzato e sicuro.

Scendendo verso il primo luogo da esplorare incontro una baia, Lopatica, che avevo trascurato nel programma, non so bene perché. Forse perché i portolani non davano abbastanza pescaggio per ormeggiare e non voglio ancora passare la notte all’ ancora o al gavitello. Sono solo e un po’ di apprensione la sento ancora. Meglio un moletto sicuro. La baia però è incantevole, due sole case in fondo, belle come non è frequente da queste parti. Le case sono quasi sempre brutte, senza cultura, rifugi di pastori, abitate per lo più solo d’estate.

Avvicinandomi c’è una barca a motore che si sta mettendo all’unico gavitello, e passando ci salutiamo. Sono tedeschi, un uomo e una donna. Il posto è sempre più bello avvicinandomi pian piano per controllare il fondo. Vedo quasi subito una lunga fila di arnie, con due uomini intorno equipaggiati con tute ed elmi da api. Decine di arnie, poco sopra la battigia pietrosa. Mi sembra subito il posto perfetto, ma evidentemente devono esserci problemi di pescaggio se anche la barca a motore si è messa al gavitello.

Invece a un certo punto vedo camminare un uomo lungo il minuscolo moletto in fondo e prendere la tirella del corpo morto, indicandomi di venire a ormeggiare. Domando se c’è fondo abbastanza per la mia barca che pesca due metri, e lui mi rassicura. Fantastico, è il posto perfetto. Ma come faccio? Non ho ancora incominciato a visitare i posti del programma! Però c’è il rischio stasera di non trovare più posto qui …

Alla fine dico all’ uomo che tornerò più tardi,  mi giro e proseguo scendendo verso Ropotnica. Che si rivela molto stretta e soffocata. Mi fa sentire a disagio. C’è poca ampiezza visiva e questo è assurdo qui. Ci sono due case. Una è abitata e alcuni ragazzi armeggiano intorno a un fuoco vicino all’acqua. L’altra è chiusa. Qui non va bene. Torno indietro.

Risalendo lungo il canale fra le isole il maestralino è fantastico. Fra 12 e 14 nodi e non c’è onda. Bolina strettissima e dolcissima. Devo fare molte virate e penso che sarebbe meglio andare dritto a motore per risparmiare strada e tempo e non tornare troppo tardi alla prima baia col rischio di non trovare più posto. Ma come si fa …? Dovrei rinunciare a tutto questo?

Visito Kravljacica, troppo angusta. Fra il moletto in fondo e il pendio ripido c’è una barca a motore che faccio fatica a capire come sia entrata. Le poche case mi sembrano chiuse. Entrando avevo visto solo un uomo lavorare intorno a una barca da pesca. Il pescaggio poi è rischiosissimo e il posto mi mette tristezza.

Alla fine, dei tre posti programmati il migliore si è rivelato la baia di Levrnaka, che leggendo i portolani avevo lasciato per ultima, di riserva. Due sole case e in fondo un bel pontiletto galleggiante, addirittura col servizio di elettricità e acqua, chissà quanto le faranno pagare. Come al solito arriva il ragazzo che ti porge la tirella, ma gli dico che tornerò domani.

La prima baia, quella trascurata dal programma, è non solo la più bella delle quattro, ma anche ideale in assoluto.

Tornando indietro il vento è sceso rispetto a prima, purtroppo. Vado solo col grande fiocco al gran lasco, un po’ per allungare il tempo della veleggiata, un po’ per evitare di gestire la randa dovendo fare molte strambate fra le acque strette di queste isole. E infatti è una delizia viaggiare così. Davanti a me c’è un’ altra vela che scende il maestrale. Sono preoccupato di non trovare più posto a Lopatica, ma è così bello andare così, in questa giornata piena di luce strepitosa, col mio fiocchetto rosso appeso alla sartia che mi dice sempre com’è il vento sulla vela. E quando il fiocchetto mi dice che se stringo il vento ancora un po’ fra un attimo  la vela comincerà a sbattere …  sembra che parli.     Il fiocchetto di lana rossa è la cosa migliore per vedere il vento apparente, più pronto di qualsiasi strumento, e anche molto più di compagnia, sempre così fragile e anche lui così esposto al vento.

Tupe

Tupe - Hipazia la Scuola

Arrivo veloce a Lopatica per la notte. Troppo presto per la veleggiata, ma adesso devo trovare posto.

Faccio l’ultima virata per attraversare a vela il passaggio fra un’ isoletta e l’entrata della baia. Il passaggio è stretto, molto stretto per farlo in solitaria, ma voglio farlo a vela, poi il mare si allarga, e posso risalire il vento per ammainare con calma. Passato lo stretto si apre la baia sulla sinistra e vedo subito due barche a vela ormeggiate al moletto. Purtroppo.  Mi toccherà tornare a Vrulje. Ma decido di provare lo stesso. Comunque mi sento orgoglioso di avere attraversato a vela lo stretto, e spero che quelli che mi hanno rubato il posto almeno apprezzino.

Di sicuro non c’è pescaggio fra la seconda barca e la pietraia della battigia. Potrei legarmi alla prima barca in testa al moletto. La notte sarà senza vento.

Invece, avvicinandomi, arriva l’uomo di stamattina, e con mia sorpresa mi indica di entrare nel mandracchio a nord del moletto. Mi assicura che c’è pescaggio. Ne dubito. E poi il mandracchio è piccolissimo per manovrare. Finirò con la prua sotto casa loro!  Ma sono così contento che decido di correre un po’ di rischio. Alla fine ormeggio con più fondo che a Vrulje.

Delle due barche ormeggiate sul lato che guarda la baia una è canadese, molto bella, di disegno classico, con bei fregi in legno. Canadese? L’altra è un charter di austriaci. Anche qui mi domandano, gli austriaci, “ are you sailing alone?”. Come sempre rispondo di sì, e a loro chiedo se gli sembra strano. La risposta è sì. Come un’altra volta, forse ieri. Poi arrivano col tender i tedeschi della barca a motore al gavitello, e la signora mi fa la stessa domanda, e si complimenta: “you are profy!”.

A questo punto mi rendo conto che sono proprio tutti a domandarmi se veramente viaggio da solo. Proprio tutti, e ormai sono tanti. Mi viene in mente che dovrò inventarmi una risposta un po’ intrigante! Magari misteriosa. Ma forse sto facendo una cosa non così banale, a sessant’anni. Nuova. E anche un po’ ignota. Perché mi sono domandato spesso cosa avrei trovato in questo primo viaggio in solitaria.

La casa della baia è abitata anche da persone un po’ anziane. Ci sono due signore , e ho visto tre uomini. Uno con evidenti problemi di movimento e di parola, troppo lenti. Ho visto anche un piccolo gregge di pecore in alto sulla collina a destra. Uno degli uomini verso sera è uscito a pescare. Poi, prima dell’ imbrunire, vedo due uomini che indossano lo scafandro anti api e che cominciano a trasportare altre arnie con una coppia di pali, caricandole sopra una barca da lavoro che ne conteneva già molte.

Alle sette e mezza, mentre mi avvio a cenare con il pesce che mi avevano fatto scegliere, mi rendo conto che Vilma non ha ancora risposto al mio solito sms di conferma che sono arrivato bene. Tutte le mattine spedisco quello per informare di dove sto andando. Lei mi deve ogni volta rispondere di averlo ricevuto, così siamo tranquilli. E’ una necessità quotidiana che mia moglie mi ha raccomandato più volte prima della partenza.

Spedendo l’sms mi era parso che lo schermo avesse registrato un segno diverso dal solito. Perciò ne avevo spedito un altro per chiedere subito se l’avesse ricevuto. Adesso realizzo, improvvisamente, che non c’è campo, non c’è segnale. Vilma non ha ricevuto la mia notizia dell’arrivo. Mi prende subito un’angoscia violenta. Ha visto stamattina l’ informazione sulla partenza, ha risposto, ma adesso non sa niente.

Preoccupatissimo verifico con gli altri commensali che stanno già cenando sotto la veranda della casa. Anche loro senza segnale. Faccio la cosa più stupida di chiedere agli abitanti della casa se c’è un telefono. Mi guardano come uno che non sa dov’è. Mostro il mio cellulare, e mi spiegano che è la montagna sopra la casa che non lo fa arrivare, il segnale.

Cosa faccio? Se mia moglie e mia figlia non ricevono notizie per tutta la notte e fino a domani mattina sarà drammatico, per loro e per me. Decido di prendere la barca e tornare in mare, lontano dalla montagna, per cercare il segnale. Ma mi rendo subito conto che sarà buio fra poco e non ci sarà luna. Troppo pericoloso in acque così strette e pieno di angoscia. Così chiedo all’uomo che stava grigliando il pesce se mi può portare lui fuori, con la sua barca da pesca che ha sotto casa. Invece lui mi accompagna alla veranda che dà sull’altra collina verso il mare e mi indica con la mano un punto a circa  metà dell’altura. Non capisco, ma la signora, parlando in slavo, riesce a farmi capire che oltre la metà di quella collina c’è segnale! Devo girare intorno all’ansa estrema della baia, tornare da questa parte e salire.

Faccio così e comincio a salire fra i massi appuntiti e quasi tutti instabili. Vado più in fretta che posso, col fiatone, ma questa volta non sento la fatica della salita di ieri fino in cima alla collina di Vrulje. Continuo a salire, e ogni tanto a provare la chiamata. Ma niente.

Sono sempre più preoccupato, perché mi sembrava di avere superato già da un pezzo la quota che mi avevano indicato.

Salgo ancora e riprovo.  Salgo ancora e riprovo.

All’improvviso il cellulare suona. Più volte. Finché sento finalmente Vilma rispondere. Squillante. Insieme con le voci dei soliti amici a cena il sabato sera.

Mi è sembrata la fine di un dramma.

Ci siamo accordati che se non riceve l’sms può essere che non c’è segnale dove mi trovo, non che debba per forza  essere affondato insieme con la barca.

Passata l’angoscia mi accorgo di avere vicino il cane della casa, Tupe. E’ un media taglia, molto bello, mantello a riccioli nerissimi e lucidi, portamento molto elegante. E’ giovane e mi resta vicino quando mi siedo a riposare.

Dopo un po’ mi alzo per avviarmi, e lui mi precede ancora vicino, ma voltandosi a guardarmi più volte. Mi guarda un’ultima volta, e poi scende di corsa verso casa. Deve aver deciso che ormai ero fuori pericolo.

Scendendo vedo un asino pascolare. Probabilmente, quindi, la famiglia vive qui tutto l’anno, o almeno qualcuno. Asino, pecore, apicoltura, un po’ di pesca per gli ospiti.

Adesso realizzo perché dalla barca avevo visto arrancare su per la collina una signora un po’ anziana. Andava anche lei in cerca del segnale, spero con meno angoscia.

Lentezza

I due pesci erano buoni, rossi. “Sarpa” ha detto l‘uomo lento di parola e in tutto. Ma non eccezionali come il “pescecane” di Ante a Vrulje.

Finito di mangiare i Canadesi mi invitano al loro tavolo. Sono in tre, marito e moglie e un amico. Mi complimento subito per la bellezza della loro barca, molto simile a Sula, la mia prima barca, di Sciarrelli ( ma non, detto fra noi, così bella come Sula, tutta in legno ). Si chiama Frisco ed è costruita in California, ma ricevendo lo scafo da un cantiere Thailandese.

E’ stata una conversazione lunga e piacevole, dopo aver chiesto di moderare la velocità del loro inglese. Ma abbiamo parlato di tutto. Dell’Italia che l’anno prossimo può essere come la Grecia, del debito pubblico al 120% dopo quello greco al 160. Che la differenza con la Spagna è la disoccupazione, 9% contro 22. Dei fondi pensione canadesi fra gli speculatori sul debito italiano.

Di Hollande che ridurrà di due anni l’età pensionabile, dice l’amico, mentre in Italia siamo diventati i primi della classe per lunghezza della vita lavorativa. Che molti si sono trovati improvvisamente, dopo il 6 dicembre scorso, senza lavoro e senza pensione per cinque, sei, o sette anni. Della speranza che l’anno prossimo vinca la sinistra per attutire la sofferenza di molta gente. 

Di Berlusconi pensano che la sua moralità ha lo spessore di un coriandolo, ma non gli è chiaro che non è più al governo. Dico che forse l’anno prossimo vincerà la sinistra con un nuovo leader, Bersani, di cui non hanno mai sentito parlare. La signora fa molti esercizi di pronuncia per distinguere bewsani, bewluscowni, bewsani, bewluscowni. Gli spiego che è un po’ come Hollande, normale. Che non vuole mettere il suo nome nel simbolo del suo partito. Apprezzano.

 

Loro viaggiano in barca tre mesi l’anno, aprile maggio e giugno, per evitare la calca dei turisti, e poi tornano in Canada. Hanno portato la barca da Halifax ad Amburgo, poi hanno fatto la Scandinavia, la Danimarca, sono scesi fino al mediterraneo in vari posti, Egitto, Grecia e tanti altri. Quest’anno vogliono lasciare la barca in Italia nell’Adriatico e mi chiedono un consiglio su dove, perché devono fare un po’ di lavori di manutenzione straordinaria. Gli consiglio un cantiere di Monfalcone, vicino a Trieste, visto che volevano anche aeroporto e albergo comodi.

A un certo punto la signora mi chiede: “Ma perché lei è l’unico che viaggia con un Hallberg-Rassy, quando tutti qui hanno solo Beneteau, Bavaria e Jeanneau?”.

Per chi non sa di barche è difficile raccontare l’elegante espressione di disappunto della signora quando elencava le altre tre. Ma chi sa di barche capisce perché ho dovuto organizzarmi la risposta con lunghi momenti di silenzio. E’ incredibile, ma quando serve proprio, e non mi sento sotto esame, il mio poco inglese mi basta. Anche per organizzare la risposta a una domanda come questa.

“Signora, lei sa bene che le risposte possono essere tante. Una potrebbe essere che sono un po’ snob. L’altra è che dopo avere studiato tutte le barche alla fine ho capito che l’Hallberg-Rassy è la più adatta a me. Molto marina, sicura, con tutti gli impianti e le accortezze per chi in barca ci vuole vivere e girare il mondo in sicurezza. Anche mia moglie è contenta, perché si sente sicura. Nostra figlia, perfino, è stata finalmente con noi per una decina di giorni, da Sebenico fino a casa. Ma comunque, Signora, lei sa benissimo di avermi fatto la più bella domanda. E forse questa è la terza risposta”.  Tutto in inglese!

Si era fatto molto tardi e mi dicono che è ora di andare a dormire. Non per noi, ma per rispetto verso gli ospiti della casa. Mi alzo subito e vado a chiedere il conto all’uomo lento in tutto. “Con calma!”, mi dice, molto sicuro di sé.

I pastori e gli apicoltori, e i pescatori, sono come i velisti. Tutto deve essere fatto con calma. E la lentezza della vela? Serve ad allungare la vita.

Domenica 20 maggio, ore 8 circa

Domenica 20 maggio, ore 8 circa - Hipazia la Scuola

Le arnie sparite


Mentre ieri sera pagavo con calma avevo chiesto come si chiama all’uomo lento in tutto. “Marin”. Certo, Marin, e come altro poteva chiamarsi?

Ero sceso col buio pesto verso il moletto e qui avevo trovato ancora i Canadesi che osservavano le complicate manovre di partenza di una chiatta che avevo visto arrivare al tramonto, con le scritte dell’Ente Subacqueo Croato. Era riuscita ad accostare appena appena fra la battigia di pietre e Frisco, e adesso, carica di arnie, non era facile farla uscire. Mi ero sentito in obbligo di dire alla signora che speravo bene per la loro barca. Però la chiatta ce l’aveva fatta a uscire senza danni e ci eravamo dati appuntamento per il caffè stamattina.

La stellata era fantastica. Ho fumato anche un mezzo toscano guardando il cielo. Ma c’era la luce accesa nel saloncino della barca a motore al gavitello. Troppa! Eppure la signora tedesca mi era sembrata tanto gentile … Così ero andato a dormire subito. Le stelle saranno per quando non ci sarà una barca a motore.

Mentre mi lavo i denti sento uno strano suono ripetersi. Più volte, a intervalli più o meno regolari. Come di un uccello. Guardo fuori dagli oblò. Vedo solo Marin che scende pian piano lungo il viottolo. Il suono continua, ma comincio a dubitare che sia un uccello. Non ne avevo ancora visti fra questi sassi e poche erbe, anche se molto fiorite in questa stagione. E comunque il suono è troppo forte per essere di un uccello. Mi allarmo un po’ e apro il tambucio.

Appena messa fuori la testa vedo Frisco che sta sciogliendo gli ormeggi e mi rendo conto che era la signora canadese che impastando la pronuncia come fanno loro e con la sua voce sottilissima chiamava  kewlu … kewlu ... kewlu … mi chiamo Carlo infatti. “Ti abbiamo chiamato per il caffè ma dormivi”. Invece mi sembrava il suono di un uccello.

L’ormeggio è già sciolto e Tony mi saluta. Gli dico che spero di ospitarli a casa nostra quando porteranno la barca a Monfalcone. Lui mi chiede il nome della mia barca, perché è scritto sui fianchi e non può vederlo. “Hipazia! … eich ai pi ei … eccetera.

Mentre sto prendendo il caffè in pozzetto mi accorgo che non c’è più un’arnia. Nemmeno una delle decine e decine di ieri. Con la barca da lavoro e con la chiatta dei sub le avevano portate via tutte. Di sera, perché le api erano rientrate tutte a dormire, evidentemente. Chiedo a Marin dove le hanno portate. “Dall’altra parte della montagna, per l’altra erba”.


Piskera, 21 maggio.

Piskera, 21 maggio. - Hipazia la Scuola

La povera passerella

 

Lo scirocco previsto fra 35 e 50 nodi alla fine è arrivato. Fortissimo. Ho letto fino a 42 nodi sull’anemometro, ma ho sentito raffiche anche più forti.

Poco dopo le quattro sono uscito a raddoppiare l’ormeggio. La notte non era scura, ma poi mi sono reso conto che stava già albeggiando e sono tornato a dormire con luce già piena.

Lo scirocco è durato fortissimo per tutta la mattina e ben oltre. Verso mezzogiorno volevo salire sulla collina verso ovest per vedere il mare aperto, ma non sono riuscito a scendere. La mia passerella qui è risultata ripida per il pontile basso, e le danze combinate della barca con la banchina mobile facevano fare alla povera passerella dei sobbalzi inaffrontabili.

Alle due e mezza la passerella diventa percorribile, e così vado sopra la collina verso il mare aperto. Qui lo scenario è di straordinaria potenza. Da questa parte la costa cade a picco sul mare.  Le onde alte sbattono violente dentro una piccola ansa a strapiombo ed esplodono come bombe.

 

 

Segue alla prossima pagina...

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